Usi e funzioni sociali della Fotografia (parte 5)

22 agosto 2016 - Categoria: Storia

(La quarta parte dell’articolo si trova qui)

 

1.3.2 Soggetti fotografati, occasioni cerimoniali e occasioni di pratica

Prima di analizzare le singole occasioni è necessario fare una distinzione fino a ora trascurata. La figura del fotografo (inteso come persona che usa un apparecchio fotografico, sia esso professionista, amatore o altro) cambia a seconda che quelle scattate siano immagini “solenni” e “pubbliche” oppure intime. In quest’ultimo caso non è solo la ricerca estetica (dalla ricerca estetica escludo le classiche foto in pose preconfezionate) a venire meno, ma nella maggior parte dei casi anche la tecnica. Questo è comprensibile anche da un punto di vista pratico: una foto sbagliata in occasioni non cerimoniali non provoca lo stesso imbarazzo di una fotografia sbagliata durante una cerimonia non replicabile.

 

La Fotografia di matrimonio

La cerimonia del matrimonio e il pranzo di nozze possono essere letti come rituali celebrativi delle due famiglie (clan) che si uniscono. Ciò che viene consacrato in tale tipologia di Fotografia non è solo l’unione degli sposi, ma anche i legami che si vengono a creare. La Fotografia si inserisce negli scambi imposti dal rituale: fino a non molti anni fa erano d’obbligo almeno due foto di gruppo: quelle degli sposi affiancati dai rispettivi parenti. Queste foto collettive non solo facevano parte dell’album di matrimonio, ma potevano entrare nel circuito degli scambi simbolici ed essere inviate a ciascun parente che avesse partecipato alla festa con la sua presenza e i suoi regali (Maurizio Bettini). «Oggetto di scambi reciproci, la fotografia entra nel circuito dei doni offerti e ricambiati a cui dà luogo il matrimonio» (Pierre Bourdieu).

Penso però che su questo punto sia necessario attualizzare la lettura del matrimonio alla luce dei mutamenti avvenuti sia nella famiglia nucleare intima sia culturali. Ipotizzo che ciò abbia portato cambiamenti anche nel rituale obbligatorio della Fotografia di matrimonio, invalidando forse alcune delle affermazioni fatte, ad esempio, da Bourdieu e che risalgono agli anni Sessanta.
Attualmente, l’immagine collettiva della parentela sembra passata in secondo piano: al di fuori dei luoghi necessariamente comuni della chiesa e del ristorante, la coppia degli sposi resta dunque sola, sotto gli occhi dell’obiettivo, a dimostrare la potenza del proprio amore romantico. Ormai è inevitabile la sequenza «monumentale» (Maurizio Bettini): ci si sposta in luoghi scelti in funzione delle riprese, come giardini, parchi, luoghi storici, talmente standardizzati che nello stesso giorno è possibile imbattersi in diverse troupes fotografiche. Da qualche anno, le semplici fotografie sembrano essere diventate troppo statiche e insufficienti per un tale trionfo d’amore: diventa necessario realizzare filmati in cui gli sposi inscenano una micro-storia della loro relazione; i parenti sono praticamente scomparsi da queste riprese dove viene celebrata la coppia legittimamente fondata.

 

Coppia di sposi abbracciati in riva al mare, 1983

Coppia di sposi abbracciati in riva al mare, 1983. Credits: Antonio Biasucci, fonte: www.lombardiabeniculturali.it

 

Si potrebbe addirittura azzardare che siano queste riprese a diventare il vero rito, un po’ per il loro carattere invasivo, sia fisico, nei luoghi di culto o in quelli amministrativi, sia culturale, per l’importanza che assumono durante e dopo la cerimonia. Come documentato nel testo curato da Bettini (La maschera, il doppio e il ritratto), vediamo come alcuni momenti decisivi della cerimonia, la cui registrazione originale non era stata soddisfacente, vengano ripetuti anche dopo il viaggio di nozze, grazie all’allestimento di set posticci o alla ripetizione di un secondo falso rito.

Tuttavia è possibile cogliere forti regolarità: la varietà delle scelte disponibili dà agli sposi la possibilità di comporre a loro piacimento il matrimonio in una sorta di bricolage e combinare i rituali tradizionali con quelli più nuovi e personalizzati; inoltre, pur prevalendo la dimensione individuale, spesso, proprio i riti nuziali esaltano la persistenza della dimensione collettiva delle nozze (Marzio Barbagli, Maria Castiglioni, Giampiero Dalla Zanna). «Se si ammette con Durkheim, che la festa ha la funzione di vivificare e ricreare il gruppo, si comprende bene che la fotografia vi si trovi associata, perché fornisce il mezzo di solennizzare quei momenti culminanti della vita sociale in cui il gruppo riafferma solennemente la propria unità» (Pierre Bourdieu). Solennità che, come già detto, si riflette, soprattutto nelle foto di un tempo, nelle rigide pose dei personaggi e nella cieca fiducia riposta nelle mani del professionista, “sacerdote” di questo rito.

La presa precoce che la Fotografia ha avuto sulla cerimonia di matrimonio piuttosto che su altre, trova spiegazione nel ruolo sociale di maggiore rilievo che il matrimonio ricopre nella gerarchia, socialmente costituita, delle cerimonie. «Solo verso il 1930 fanno la loro comparsa le fotografie di prima comunione, mentre le fotografie di battesimo sono ancora più recenti e sporadiche» (Pierre Bourdieu), quindi le prime foto scattate a un bambino da un professionista sono le foto di gruppo a scuola e, appunto, quelle della prima comunione; ma le prime istantanee vengono scattate al neonato direttamente dai genitori.

 

La nascita del primo figlio

Questo evento fa aumentare notevolmente, da parte di una famiglia, le possibilità di possedere un apparecchio fotografico. Non bisogna dimenticare che la «presenza di bambini nella famiglia (e tanto più se sono piccoli)» è strettamente connessa alla pratica fotografica «in quanto la presenza del bambino rafforza l’integrazione del gruppo e nello stesso tempo la tendenza a fissare l’immagine di questa integrazione, immagine che a sua volta serve a rinsaldare l’integrazione» (Pierre Bourdieu).
Non è infrequente leggere, su riviste specializzate di Fotografia, lettere molto simili alla seguente: «… ho 20 anni e ho trovato in un armadio una… [marca e modello dell’apparecchio fotografico ritrovato]… che mio padre acquistò in occasione della mia nascita e che col tempo ha smesso di utilizzare…». Ciò che si può evincere da questa lettere fac-simile, si riscontra anche nelle indagini utilizzate da Bourdieu in La fotografia. Usi e funzioni sociali di un’arte media, ovvero che il genitore prova un impulso irrefrenabile di fotografare il figlio appena nato: «spesso la passione dell’obiettivo nasce in modo naturale e quasi fisiologico come effetto secondario alla paternità. Uno dei primi istinti dei genitori, dopo aver messo al mondo un figlio, è quello di fotografarlo…» (Italo Calvino). In questo caso l’atto di “cattura” è intimo, avviene in prima persona, senza intromissione del fotografo professionista. [Visto che sto ripubblicando questo testo nel 2016, in questo frangente mi intrometto in modo più evidente nel testo per una ulteriore attualizzazione: oggi il bisogno di comperare una fotocamera appositamente in occasione della nascita del figlio non è così impellente. Praticamente tutti possiedono uno smartphone in grado di catture anche dettagliate, senza contare che l’immagine può essere postata in tempo reale sui social network. A dire il vero questo testo, a “soli” 10 anni di distanza, andrebbe ripreso in mano e aggiornato sistematicamente, ma non è nei miei piani, sorry 😉 , NdA].

Lo stesso vale per le foto di famiglia: nel corso degli anni Sessanta, con il già ricordato cambiamento nella struttura familiare, vediamo che le pose solenni spariscono, i setting delle immagini diventano le varie parti della casa, anche le più intime, non solo le sedie pregiate di un salotto.

 

Famiglia a tavola, 1971

Famiglia a tavola, 1971. Credits: Enzo Nocera, fonte: www.lombardiabeniculturali.it

 

Tornando alle foto del nuovo nato non bisogna poi scordare la loro funzione sociale di “riconoscimento”: l’invio a parenti (e amici) dell’immagine del nuovo arrivato ha la funzione di presentarlo al gruppo, in modo che possa essere riconosciuto e celebrato (per esempio con doni) come nuovo membro.
Non possiamo infine dimenticare i quasi onnipresenti diari del “primo anno di vita” dove, tra foto del primo bagnetto e del cambio del pannolino, non mancano le fitte annotazioni a corredo di ogni immagine nella sua funzione di prova e ricordo.

 

Viaggi e vacanze

Viaggi e vacanze «costituiscono uno dei tempi forti della vita familiare (specialmente le vacanze di Natale), durante le quali si prende contatto con i parenti lontani e si intensificano, mediante lo scambio di visite e di doni, le relazioni con i parenti prossimi» (Pierre Bourdieu). La foto di viaggio costituisce inoltre, come già detto nella quarta parte dell’articolo, una prova che rende più “vero” e apprezzabile il viaggio fatto.
Se la meta del viaggio è un paese esotico o comunque che gode di particolare considerazione nella cultura della società dell’individuo che affronta il viaggio, la pratica fotografica e la sua frequenza risultano più rilevanti. L’insolito attira sicuramente di più l’occhio di ciò che è comune ed è molto più facile da fotografare rispetto all’“ovvio”.
«L’occasione del viaggio (la luna di miele) solennizza i luoghi visitati e i più solenni fra questi solennizzano l’occasione del viaggio. Il viaggio di nozze veramente esemplare è la coppia fotografata davanti alla Tour Eiffel perché Parigi è la Tour Eiffel e perché il vero viaggio di nozze è il viaggio di nozze a Parigi» (Pierre Bourdieu). Molte città infatti sono identificate tramite il monumento più celebre a livello mondiale (la Torre di Pisa, la Sirenetta a Copenaghen, il Duomo o il piazzale Michelangelo con la città alle spalle a Firenze…) e in molte foto ricordo, farsi fotografare accanto al monumento diventa la prova più immediata del viaggio compiuto. Anche nel linguaggio fotografico abbiamo la figura retorica del “luogo comune” che potremmo definire come «affermazione che pretende un valore di “sentenza” valida come norma universalmente riconosciuta, sia per la conoscenza del mondo, sia come rilevante norma di vita stessa»; quando è il fotodilettante a cimentarsi nella produzione di tali immagini i risultati sono quasi sempre kitsch: uno dei più “comuni luoghi comuni” è «la foto ricordo con il protagonista che finge di sostenere la torre di Pisa» (Rivista Progresso Fotografico).

Chiudiamo la parentesi del luogo comune e torniamo alle foto di vacanza/viaggio “serie”: la persona fotografata passa in secondo piano, diventando quasi un elemento accessorio, schiacciato dalla grandiosità dello «sfondo scelto soprattutto in virtù della sua forte carica simbolica… e trattato come segno» (Pierre Bourdieu). Non è raro che per riuscire a inserire l’intero monumento o sfondo desiderati nell’inquadratura, il co-protagonista umano della foto sia ridotto a un puntino quasi impercettibile fra il resto della folla, fino, in alcuni casi, a essere escluso del tutto dalla fotografia per lasciare al segno universalmente noto l’intero onere di provare la presenza. [Mi vedo costretto a un nuovo intervento… la pratica (mania) del selfie ha sicuramente riportato il fotografo – che in questo caso coincide con il fotografato – protagonista della foto-ricordo. Per non banalizzare l’importanza di questa osservazione che meriterebbe approfondimento la lascio come semplice accenno, NdA].

La Fotografia di viaggio porta con sé, dopo la sua produzione, un altro rito pressoché immancabile: la proiezione delle diapositive o l’equivalente esibizione delle immagini in formato cartaceo a parenti e amici. Tale attività, [oggi già anticipata in tempo reale dalle immagini pubblicate sui social network, NdA] tanto temuta, ma dalla quale non è possibile esimersi, perché equivarrebbe a «rifiutare una parte di loro stessi» (Caludio Marra), provoca spesso un senso di noia. Nelle fotografie scattate dalla famiglia in vacanza si viene a creare un legame intimo tra fotografo, soggetti fotografati e luoghi visitati. La perdita del valore universale di tali riprese fa cadere ben presto l’attenzione degli osservatori.

Siamo giunti alla fine. La prossima sarà l’ultima parte e prenderà in esame alcune locandine pubblicitarie delle fotocamere Kodak dei primi anni del Novecento come prova grafica di quanto detto nei paragrafi precedenti.

 

Bibliografia consigliata
Bourdieu Pierre (a cura di), La fotografia. Usi e funzioni sociali di un’arte media
, Guaraldi editore, Rimini 1972, (ristampato nel 2004).
Bettini Maurizio (a cura di), La maschera, il doppio e il ritratto. Strategie dell’identità, Edizioni Laterza, Roma-Bari 1991.
Barbagli Marzio, Castiglioni Maria, Dalla Zanna Giampiero, Fare famiglia in Italia. Un secolo di cambiamenti, il Mulino, Bologna 2003. (link Amazon)
Calvino Italo, L’avventura di un fotografo in Romanzi e racconti, I Meridiani vol. II, Arnoldo Mondadori, Milano 1992. (link Amazon)

 

(Per leggere la sesta e ultima parte clicca qui)

 

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