Sensibilità ISO: pellicole, sensori e ISO invariance

7 gennaio 2018 - Categoria: Tecnologia

Una decina d’anni fa stavo scattando insieme a un altro fotografo: lui utilizzava una medio-formato a pellicola, io una reflex digitale. Il sole stava tramontando quando mi sento dire: “certo, con le digitali, poter cambiare la sensibilità fra uno scatto e l’altro è davvero comodo. Un po’ come con le fotocamere a lastra: ogni scatto è indipendente”.

Quella riflessione estemporanea poneva l’accento su una delle maggiori novità introdotte dalla tecnologia digitale e, da allora, i progressi sui sensori sono stati tanti.

 

Sensibilità ISO, pellicole e sensori

ASA e ISO

I valori ASA erano lo standard stabilito dalla American Standards Association per indicare la “velocità” di una pellicola. Verso la fine degli anni ’80, gli ASA furono sostituiti dagli ISO (International Organization for Standardization) ma i valori sono rimasti gli stessi: una pellicola da 100 ASA è “diventata” da 100 ISO.

 

Pellicole

Si parla di velocità (o rapidità) di una pellicola perché a mano a mano che il valore di sensibilità aumenta, diminuisce il tempo necessario per esporla (a patto che diaframmi e condizioni di luce rimangano costanti). Una pellicola più sensibile cattura più luce di una meno sensibile in uno stesso intervallo temporale.
Questa caratteristica delle pellicole più rapide ha però un prezzo in termini di grana. Le pellicole con una sensibilità più alta producono immagini con una granulosità più evidente e un dettaglio minore.

Perciò, se da una parte usare pellicole negative a ISO elevati rappresenta una scelta artistica o una necessità per fotografare in luoghi poco illuminati, per ottenere immagini con la massima pulizia e dettaglio vengono scelte pellicole diapositive lente (a bassa sensibilità) come la storica Fujifilm Velvia 50.

 

Fujichrome Velvia 50 (formato 135)

Fujichrome Velvia 50 (formato 135). Source: B&H Photo

 

 

Sensori

Anche la sensibilità dei sensori viene indicata in ISO, ma può essere variata dopo ogni scatto. In era pre-digitale, una volta inserito un rullino nella fotocamera, la sensibilità rimaneva la stessa per tutte le pose: un limite a volte frustrante… motivo per cui ho trovato insensata l’idea alla base della Yashica DigiFilm Y35.

I sensori hanno un valore ISO nativo: aumentarlo significa amplificare elettronicamente il segnale che – semplificando molto – si tradurrà in immagine. Anche questa operazione ha delle controindicazioni: ciò che in pellicola si manifestava come un aumento della granulosità, nei sistemi digitali produce rumore, che non è certo affascinante come può essere la grana.

Ma continuate a leggere perché la tecnologia progredisce in fretta.

 

Sensori e software di postproduzione sempre migliori

La mia prima fotocamera digitale è stata un’ottima reflex Canon full frame che raggiungeva la sensibilità di 1600 ISO (3200 estesi) ma, almeno per il tipo di fotografia che praticavo, le alte sensibilità erano poco utilizzabili.
Credo di aver pubblicato, su carta stampata, una sola foto scattata a 3200 ISO perché fui obbligato dalle condizioni di luce scarsa e dall’assenza del cavalletto.

 

Canon EOS 5D, 24-105 mm L IS @ 93 mm, f/4, 1/30 s, sensibilità 3200 ISO

Canon EOS 5D (anno 2005), 24-105 mm L IS @ 93 mm, f/4, 1/30 s, sensibilità 3200 ISO

Canon EOS 5D, 24-105 mm L IS @ 93 mm, f/4, 1/30 s, sensibilità 3200 ISO - Crop 100%

Canon EOS 5D, 24-105 mm L IS @ 93 mm, f/4, 1/30 s, sensibilità 3200 ISO – Crop 100%

 

Oggi le cose sono diverse: i sensori moderni hanno performance ad alti ISO molto superiori e software come DxO OpticsPro (ora sostituito da DxO PhotoLab) impiegano algoritmi di riduzione del rumore efficientissimi.
Affermazioni che io stesso ho fatto in passato, riguardanti i massimi valori ISO utilizzabili, hanno perso di senso se riferiti agli standard di oggi.

 

12K ISO - 36mm eq. f/3,5 1/125s

Olympus OM-D-D E-M10 (anno 2014), m.Zuiko 12-40 PRO, @ 80 mm eq. f/3,2, 1/100 s, sensibilità 20.000 ISO

20K - Crop 100%

Olympus OM-D-D E-M10 (anno 2014), m.Zuiko 12-40 PRO, @ 80 mm eq. f/3,2, 1/100 s, sensibilità 20.000 ISO – Crop 100%

 

Inoltre, si sta parlando sempre più spesso di ISO invariance, che potrebbe rivoluzionare la concezione che abbiamo di sensibilità ISO di un sensore. Parlerò brevemente di ISO invariance tra poco, ma prima vediamo perché è così importante poter variare la sensibilità ISO a ogni scatto.

 

Il triangolo dell’esposizione

I fattori che determinano l’esposizione fotografica sono 3: diaframma, tempo di scatto, sensibilità ISO e sono tra loro interdipendenti.
Tempi e diaframmi sono inversamente proporzionali: aumentando l’apertura del diaframma dovrò impostare tempi più rapidi per ottenere esposizioni equivalenti.

Con le fotocamere a pellicola, una volta caricato un rullino, il valore ISO rimane costante per tutta la sua durata e gli unici fattori variabili della terna dell’esposizione sono diaframmi e tempi.
Con le fotocamere digitali questo vincolo viene meno lasciando maggiore libertà nella gestione dell’esposizione.

Facciamo un esempio pratico: stiamo fotografando all’aperto e la luce sta cambiando. Senza poter variare gli ISO, l’unica cosa che possiamo fare per adattarci alla nuova situazione sarà agire sui tempi o sui diaframmi. Con una fotocamera digitale posso invece modificare anche la sensibilità, lasciando i tempi e diaframmi invariati. Coloro che si sono avvicinati da poco alla fotografia potrebbero non cogliere subito l’utilità di variare gli ISO al posto degli altri fattori, ma siccome i diaframmi sono legati al controllo della profondità di campo e i tempi al catturare o bloccare il movimento, l’impatto è notevole.

Non sto spronando a usare la variazione degli ISO con leggerezza come prima scelta, ma sto evidenziando il fatto che il poterlo fare offre alternative impensabili in passato.

 

ISO invariance

Data la complessità dell’argomento (che richiederebbe una spiegazione dettagliata) mi limiterò a una definizione. Per chi volesse approfondire segnalo questo interessante articolo in lingua inglese: ISO Invariance Explained.

Per ISO invariance si intende la capacità di un sensore di produrre immagini qualitativamente simili sia che vengano scattate a sensibilità più alte ed “esposte correttamente” in macchina, sia a sensibilità più basse correggendone poi la luminosità in postproduzione. Se le immagini finali ottenute presentano circa la stessa quantità di rumore e dettaglio il sensore è ISO invariant. In realtà la questione è molto più complessa di così… per esempio, un sensore potrebbe essere ISO invarant solo in un determinato range di sensibilità e, in tal caso, è consigliabile sfruttare quel range e poi lavorare in postproduzione. Comunque, rimando all’articolo citato per un approfondimento tecnico, qui mi limiterò a osservare come una tecnologia di questo tipo porti a riconsiderare alcune certezze consolidate.

Prima dell’avvento di sensori con caratteristiche ISO invariant, la regola d’ora era: meglio ottenere un’esposizione corretta alzando gli ISO (entro certi limiti) piuttosto che recuperare la luminosità in postproduzione. “Meglio” in questo casosignifica ottenere scatti con minor rumore (e miglior dettaglio). L’introduzione di sensori ISO invariant non solo mette in discussione questo “assioma”, ma fa sì che la scelta della sensibilità in fase di scatto non sia più così determinante! Si parla infatti anche di sensori ISO-less. Non si tratta di un cambiamento da poco.

Nel prossimo futuro, probabilmente, aumenteranno i sensori ISO invariant e quelli già esistenti verranno perfezionati.

 

Morale della storia

Oggi più che mai i rapidi cambiamenti tecnologici hanno ripercussioni, anche molto significative, sul modo di fotografare. Ciò che è vero in questo momento potrebbe non esserlo più in un futuro molto prossimo (Zygmunt Bauman parlava di Modernità liquida) e rimanere aggiornati può essere faticoso, ma anche affascinante.

 

Kodachrome 64

Kodachrome 64 [By Dnalor 01 (Own work), CC BY-SA 3.0 at, via Wikimedia Commons]

Conclusione

Concludo chiarendo che questo articolo non vuole essere un elogio della tecnologia fine a se stessa: non ho mai pensato che sia l’attrezzatura a fare le fotografie o che basti una costosa attrezzatura per scattare buone immagini. Nulla di più lontano dal mio pensiero, ma è un dato di fatto che certe fotografie, in passato, fossero impossibili da realizzare e comunque difficilmente ripetibili.
Voglio però citare, a tal proposito, alcune parole tratte da Guide to Digital Nature Photography di John Shaw. Per chi non lo conoscesse Shaw è un grande fotografo naturalista che fin dall’inizio della sua carriera ha realizzato immagini meravigliose utilizzando pellicole Kodachrome 64, fotocamere e ottiche manuali. «[…] modern AF has made possible action photography as was never before possible, to the point that many action photos are a basic combination of being in the right place at the right time with the right equipment».

E comunque non bisogna dimenticare che un effetto indiretto del rapido rinnovamento tecnologico è che soluzioni professionali finiscono, in un tempo relativamente breve, per equipaggiare attrezzatura di fascia più economica.

 

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